Sommario: Nominato nel 2007 assessore alla Cultura del Comune di Acqui Terme, Carlo Sburlati, primario ospedaliero e giornalista, conobbe Venturi e dal novembre di quell’anno cominciò a frequentarlo, stringendo con lui una solida amicizia fino al giorno della sua scomparsa (2008). Discorrendo soprattutto sulle vicende esposte nel suo più noto romanzo, Bandiera bianca a Cefalonia, rispetto al tempo della sua stesura (1963), Venturi – che aveva lasciato il PCI nel 1956 dopo i fatti di Ungheria – appariva a Sburlati sempre più lontano e deluso dalla sinistra, assumendo posizioni vicine al centro-destra.
Parole chiave: Marcello Venturi; romanzo Bandiera bianca a Cefalonia; amicizia con Venturi; nuovi documenti sull’eccidio di Cefalonia; mutato indirizzo politico di Venturi.
Laureatomi in Medicina a ventiquattro anni, per decenni ho affiancato l’attività di primario ospedaliero a quella di relatore in congressi internazionali: già da studente liceale la mia firma appariva su quotidiani, settimanali e rotocalchi. Nel 2007 a tutto ciò si aggiunge la nomina ad assessore alla Cultura di Acqui Terme, città di radicate tradizioni operaie e di sinistra. È la prima volta dal 1945 che viene nominata una giunta con esponenti di Alleanza Nazionale. Fra i vari compiti dell’assessorato c’è quello di organizzare annualmente i prestigiosi premi Acqui Ambiente e Acqui Storia. Quest’ultimo era nato nel 1968 in seguito al clamore suscitato dal romanzo Bandiera bianca a Cefalonia di Marcello Venturi, pubblicato nel 1963 da Feltrinelli, negli anni tradotto in quattordici diverse lingue estere. Raccontava la tragedia della sfortunata Divisione “Acqui”, sterminata dai tedeschi nel settembre 1943 in una lontana isola greca; quella divisione, nonostante il nome, non aveva fra i suoi oltre novemila effettivi nessun cittadino acquese.
Due le sezioni del premio, storico scientifico e storico divulgativo, dotate ciascuna di 6.500 euro per il vincitore. Due anche le giurie, di cui facevano parte nomi importanti della cultura e della storiografia italiana, quasi tutti di sinistra, compreso Venturi che ne aveva fatto parte per diciotto anni. Non conoscevo di persona Marcello, ma avevo apprezzato gran parte della sua produzione di romanzi e saggi.
Venturi mi conosceva come medico e aveva letto miei saggi e volumi storici e si era interessato a miei articoli e interventi pubblicati su quotidiani e riviste.
A pochi giorni dalla nomina Marcello mi viene a trovare, proponendomi di presentare sotto l’egida dell’Acqui Storia il volume dello scrittore ebreo Gabriele Nissim Una bambina contro Stalin, edito da Mondadori. Il libro raccontava, attraverso le struggenti e toccanti parole della figlia, l’odissea di Luciano De Marchi, un comunista piemontese emigrato nel 1921 in Russia per servire la causa marxista e qui fucilato nel 1938 come presunta spia fascista durante le purghe di Stalin, similmente ad altre decine di comunisti italiani fuggiti nella patria del socialismo. Fui ben lieto di accettare la proposta, anzi lo pregai di estendere l’invito alla traduttrice Julija Dobrovol’skaja, alla quale lui aveva dedicato nel 1996 il romanzo Via Gorki, 8 interno 106. Lei stessa nel 1944 in Russia era stata condannata a tre anni di colonia penale per presunte attività antisovietiche.
L’incontro si tenne martedì 13 novembre 2007 nei blasonati saloni di Palazzo Robellini. Al tavolo dei relatori, oltre a Gabriele Nissim, Marcello Venturi, Julija Dobrovol’skaja, Carlo Prosperi e il sottoscritto. Numeroso il pubblico presente e interessante il dibattito successivo. Mi colpì questa frase di Venturi, sottolineata e sviluppata da Nissim: “Certamente questo libro sarebbe stato molto più diffuso, commentato dalla grande stampa, letto e distribuito nelle scuole se avesse avuto come titolo o come argomento Una bambina contro Hitler”. Cominciammo così a frequentarci. Sapevo che insieme a Italo Cal- vino, come lui partigiano durante la Resistenza, aveva vinto ex aequo nel 1946 il premio bandito dal quotidiano comunista “l’Unità” e che la critica lo considerava uno dei due Dioscuri del neorealismo italiano di quegli anni, insieme al grande sanremese. Poi le collaborazioni al “Politecnico” di Elio Vittorini, all’“Unità” e alle sue pagine culturali, alla Feltrinelli. Dopo la sanguinosa repressione e le stragi comuniste a Budapest nel 1956, con altri intellettuali aveva lasciato “l’Unità” e stracciato la tessera del partito comunista, continuando con successo la sua attività di romanziere, fine letterato e saggista. Mi era noto altresì che a soli 17 anni aveva pubblicato il suo primo racconto su “Rivendicazione”, un mensile dei gruppi indipendentisti corsi, che auspicavano addirittura un ritorno della Corsica all’Italia. Due altri racconti, incisivi, surreali e fantastici – Sotto la luna e Morte della speranza – erano usciti il 15 marzo e il 28 giugno 1943 su “Il Ferruccio”, settimanale della federazione fascista di Pistoia, a nemmeno un mese dalla caduta del regime il 25 luglio 1943. Solo dopo l’8 settembre, in seguito ai bandi di arruolamento per fasce d’età del neonato esercito della Repubblica Sociale Italiana, non ritenendo possibile una riscossa delle forze dell’Asse Venturi era fuggito in montagna, unendosi ai partigiani, anche su suggerimento di suo padre Ugolino, capostazione mazziniano e antifascista.
Avevo recensito tempo prima La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda e I caduti di Cefalonia, fine di un mito, editi da IBN rispettivamente nel 2004 e 2006, scritti da Massimo Filippini, figlio del maggiore Federico, fucilato dai tedeschi il 25 settembre a Cefalonia. Con un’attenta e precisa ricerca e documentazione, Filippini dava di quella strage cifre decisamente più basse di quelle indicate da Venturi nel suo fortunato romanzo: 335, in gran parte ufficiali, fucilati e 1292 italiani caduti nei combattimenti del settembre 1943 in quella lontana isola dello Ionio.
Venturi, nella prefazione all’edizione del 1972 del suo Bandiera bianca a Cefalonia uscito da Rizzoli, a p. 11 aveva dichiarato che, pur trattandosi di un romanzo e quindi in parte opera di fantasia, aveva rispettato scrupolosamente gli avvenimenti, i fatti militari e storici, le cifre di fucilati e deceduti. Chiesi a Marcello come mai allora egli nella sua narrazione desse delle cifre molto inverosimili e ballerine: alle pp. 7 e 13 parlava di 9.000 italiani trucidati, a p. 51 “tutti o quasi tutti fucilati” e a p. 245 “146 ufficiali e 4.000 soldati catturati vivi e uccisi nelle esecuzioni sommarie”. Con un certo imbarazzo, quasi scusandosi, mi rispose che, prima della stesura del romanzo, era stato incuriosito da un testo, pubblicato sulla rivista “Il Ponte”, a firma di Amos Pampaloni, ex capitano d’artiglieria della Divisione, fra i primi ad attaccare e ad aprire il fuoco contro i tedeschi, uno dei pochi ufficiali sopravvissuti alla strage. Lo aveva incontrato e si era basato in gran parte sulla sua ricostruzione di quei tragici eventi. D’altronde storici blasonati, anche universitari, continuavano a riportare cifre di migliaia di fucilati e di deceduti, a volte in numero superiore agli effettivi dell’intera Divisione. Col passare degli anni si era accorto anche lui che le cifre riportate nel suo libro erano esagerate, non veritiere, frutto di una “vulgata” che non si riusciva più a correggere.
Mi confidò che avrebbe partecipato volentieri ad un incontro-dibattito per chiarire quei tragici eventi con Filippini e altri storici seri come Elena Aga Rossi.
Aveva saputo che, nominato assessore, aveva apportato alcune modifiche alle giurie, per decenni pesantemente sbilanciate a sinistra, e si era detto favorevole a questo, seppur tardivo, riequilibrio. In uno dei nostri ultimi incontri, presente il prof. Prosperi, mi confidò di essere più volte rimasto a disagio nelle riunioni del Premio Acqui Storia. Alcuni giurati, molto politicizzati, erano apodittici e prevaricanti nel voler imporre le proprie scelte sui libri da premiare. Vantavano spesso rodomontesche gesta contro tedeschi e fascisti mentre Venturi, per la sua indole riflessiva, mite e pacifica, quando si profilavano scontri con i nemici preferiva sottrarsi e fuggire. La mia Resistenza, come quella di moltissimi altri partigiani, è stata più di fughe che di assalti, concludeva.
Era soprattutto amareggiato che, dopo l’uscita del suo saggio del 1991 Sdraiati sulla linea. Come si viveva nel PCI di Togliatti edito da Mondadori, si fosse vieppiù intensificata, da parte di molti ambienti giornalistici, letterari e del mainstream, una forma di accresciuto e velenoso silenziamento, ostracismo e odio verso di lui e verso i suoi libri. I miei vecchi compagni comunisti, aggiungeva, lo riterranno blasfemo e paradossale ma, oltre a essere sinceramente e motivatamente anticomunista da cinquant’anni, varcati gli ottanta oggi mi sento più vicino alle suggestioni e alle proposte di Alleanza Nazionale e Forza Italia che ad altri raggruppamenti politici.
A detta di chi lo conosceva bene, Venturi era sempre stato una persona affascinante, brillante, ironica, raffinata, a volte coinvolgente ed entusiasta, sempre disponibile. I nostri incontri in quel fine 2007 e inizio 2008 lo mostravano dolce, estremamente cortese, ma in alcuni momenti il suo atteggiamento, compresi i suoi occhi azzurri, mi davano l’impressione di un uomo stanco e rassegnato e da medico ebbi qualche brutto presentimento.
Il 21 aprile 2008, proprio il giorno del suo ottantatreesimo compleanno, Marcello Venturi lasciava questa vita terrena nella residenza del Campale a Molare, dimora amata e avita di sua moglie Camilla Salvago Raggi. In ricordo di Marcello, da una mia idea e da un mio progetto, il Premio Acqui Storia ha istituito una terza sezione, dedicata al romanzo storico e intitolata a Venturi. I 6.500 euro per il vincitore vengono messi a disposizione quell’anno dalla scrittrice Camilla Salvago Raggi, nominata Presidente di quella nuova giuria. Ad aggiudicarsi il Premio sarà Antonio Pennacchi con il suo capolavoro Canale Mussolini, che dopo poco si affermerà anche allo Strega.
Ho tenuto fede a quanto vagheggiato con Venturi prima della sua dipartita. Domenica 30 novembre 2014 ad Acqui Terme a Palazzo Robellini si è svolto un affollato incontro dibattito sui libri di Filippini, che ha evidenziato le molte falsità e disinformazioni sulla tragedia di Cefalonia. Relatori il romano Massimo Filippini, Aldo A. Mola, Carlo Prosperi e Carlo Sburlati. Interessantissimo e molto chiarificatore il dibattito successivo, che ridimensionava, con prove documentali, il numero dei caduti nei combattimenti o passati per le armi dopo la resa. L’8 settembre 2018 si è tenuto ad Acqui un convegno scientifico, incentrato sul saggio di Elena Aga Rossi Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, edito dal Mulino, più volte ristampato e accolto da recensioni lusinghiere su quasi tutti i più importanti quotidiani e periodici italiani. Questo saggio era entrato nella cinquina del Premio Acqui Storia ed era risultato il più votato dalla Giuria dei Lettori.
Nonostante le chiare risultanze della Giuria togata e di quella dei Lettori, il testo era stato oggetto di una violenta presa di posizione da parte dell’Associazione Reduci Acqui e dell’ANPI, che hanno definito un oltraggio alla Resistenza l’eventuale premiazione di quel libro. Elena Aga Rossi che, con il marito Victor Zaslavsky, aveva già vinto nel 1998 la sezione scientifica dell’Acqui Storia con Togliatti e Stalin, edito dal Mulino, ha ridimensionato ampiamente la “vulgata resistenziale” di Cefalonia, il numero dei morti in combattimento e dei fucilati dopo la resa. La prestigiosa cattedratica romana ha evidenziato doppiezze, gravi contraddizioni e inadempienze nel comportamento del capitano d’artiglieria Amos Pampaloni, proprio colui che aveva ispirato alcuni avvenimenti e dati storico-militari del romanzo di Venturi, e del tenente Renzo Apollonio, altro personaggio molto controverso di quei fatti nell’isola dello Ionio.
Per Elena Aga Rossi è difficile stabilire se Cefalonia sia stata “un eroico atto di resistenza, un sacrificio inutile o una decisione irresponsabile”. Penso che il Marcello Venturi che ho conosciuto e apprezzato nel suo ultimo anno di vita avrebbe condiviso questi dubbi e questa documentata ricostruzione storica e militare.
Bibliografia:
Aga Rossi, Elena, Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, Bologna, Il Mulino, 2016, nuova ed. riveduta e ampliata 2021.
Aga Rossi, Elena e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin, Bologna, Il Mulino, 1997. Filippini, Massimo, La vera storia dell’eccidio di Cefalonia, 2 voll., Pavia, MA.RO editrice, 2001-2002.
- —, La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda, Roma, IBN, 2004.
- —, I caduti di Cefalonia: fine di un mito, Roma, IBN, 2006.
Nissim, Gabriele, Una bambina contro Stalin, Milano, Mondadori, 2007. Pennacchi, Antonio, Canale Mussolini, Milano, Mondadori, 2010.
Venturi, Marcello, Bandiera bianca a Cefalonia, Milano, Feltrinelli, 1963. —, Sdraiati sulla linea. Come si viveva nel PCI di Togliatti, Milano, Mondadori, 1991.
—, Via Gorki, 8 interno 106, Torino, SEI, 1996.
CARLO SBURLATI








