Molto spesso ci capita di metterci davanti ad un foglio bianco che dovrà essere riempito di parole, punteggiatura, frasi che rendano visibile quello che la mente ha già al suo interno, ma non sempre è facile da trasferire su una pagina vuota. Nello sviluppare questo titolo, che molto spesso, purtroppo, riempie le cronache, ci piacerebbe poter andare alla radice di questo fenomeno, senza preconcetti, ovvietà o frasi fatte, ma cercare non da uomo, ma da essere umano, di entrare nel cuore del problema per cercare di capire e trasmettere con le parole questo fenomeno della moderna società, la cui evoluzione è spesso non priva di “danni collaterali”.
Partendo da lontano e guardando la nostra società agli inizi del ‘900 ci troviamo perlopiù in un contesto agricolo, di mezzadria, dove contavano più le braccia che le bocche da sfamare se non producevano lavoro. Il 50% spartito tra proprietario e mezzadro con punte al Sud del 75% a favore del “padrone”, vedevano le donne in posizione subalterna ai mariti che decidevano il cosa il dove ed il quando; cioè cosa fare, dove andare a mezzadria e quando farlo. Le donne servivano a far figli per lo più neppure cercati o voluti, ma frutto di rapporti “sbrigativi” e senza troppo pensiero per questi figli che a volte di nome facevano Ottavio se maschio o Novarina se femmina, ad indicare la”numerica” della prole. Libertà delle donne, separazione dai mariti erano, forse si nella mente di tante povere donne solo casa figli e lavoro, ma li restavano nascosti.
Questa situazione si protrasse sino a ridosso del secondo conflitto mondiale, quando, scoppiata la lunga e terribile guerra, le donne si trovarono da sole ad affrontare un futuro incerto e foriero di lutti. In molti casi furono le donne ad “appropriarsi” del ruolo del marito lontano in guerra o morto e furono sempre le donne a percepire quel senso di nuovo impegno che in un qualche modo le gratificava e le sottraeva dal giogo del marito e spesso anche della suocera. Il processo fu certamente lento e non scevro di ostacoli in una società che era ancora rimasta con la figura dell’uomo al centro di tutto e della famiglia.
Già nel periodo tra le due guerre molte ragazze andavano “a servizio” presso famiglie agiate o benestanti che con la “scusa” di trattarle “come una di famiglia” le sfruttavano. Ma il contatto con questa nuova realtà apriva alle giovani nuovi orizzonti e in qualche modo modificava il modo di pensare e di percepire la propria nuova possibile condizione. Avere qualcosa di proprio anche se poco, le rendeva libere di decidere da sole e modificava il loro modo di essere. Non erano più fabbriche di figli, ma “persone” a volte, con il proprio lavoro, in grado di decidere cosa fare o non fare.
La guerra ed i suoi innumerevoli lutti avevano accresciuto, nelle donne, la capacità gestionale sia di se stesse che della famiglia e nei decenni successivi l’industrializzazione fece il resto trasformando la famiglia patriarcale in tanti piccoli “nuclei” a se stanti con le mogli che già dai primi anni ‘60 contribuivano con il proprio lavoro ad una migliore condizione della famiglia stessa. La suocera non era più quella “dominatrice assoluta” delle nuore, ma spesso aiutava figli o figlie nella gestione dei nipoti.
Gli anni ‘70 hanno poi dato inizio a quelle che sarebbero state delle vere e proprie “rivoluzioni sociali”: l’aborto legalizzato ed il divorzio. Due “cardini “nella conquista dei diritti della donna che con l’autosufficienza economica poteva anche scegliere di cambiare vita, sciogliere un matrimonio e costruirsi un’altra famiglia, non sempre, in verità, senza dolori e, spesso, lunghe cause giudiziarie per l’assegnazione dei figli, della casa coniugale o altre “storie” da dirimere per via giudiziaria.
In questo frangente era spesso l’uomo, il marito o ex marito ad avere la peggio con la sporadica assegnazione dei figli in tempi e modi concordati dal giudice, con la perdita del “senso di possesso” della sua famiglia e del suo essere la “parte forte” della stessa.
A questo cambiamento ed a questa nuova “posizione femminile” forse l’uomo non era ancora adeguatamente preparato e, pertanto, le reazioni furono di disperazione o di rabbia, entrambe, negli anni, sempre meno controllabili ed accettabili.
Negli ultimi 20/30 anni, poi il “rito” del matrimonio ha perso sempre più quella condizione di indissolubilità e la famiglia ha spesso finito per essere la temporanea unione di due esseri di sesso opposto che non avevano un progetto comune di vita e di gestione del loro “insieme”. Da questa nuova visione della società sono nate le “convivenze” che spesso si traducevano e si traducono nello “stare insieme” per un certo tempo e poi…via ci si saluta anche qui spesso burrascosamente.
E siamo ai giorni nostri con i due sessi ancora largamente sottoposti a contrasti che specialmente nell’uomo vanno a cozzare con quell’atavico senso di possesso della donna, vanno a cozzare contro un muro eretto nei secoli e da secoli, di assoluto dominio.
Non si accetta che una donna si voglia “liberare” di un legame, anche quando questo legame è basato e vissuto solo come una forma di possesso e quindi si “elimina” la causa di questo “malessere” a volte anche uccidendo, a cose fatte, anche se stessi, in un annullamento totale di questa forma di unione che si era spezzata.
Trovare un equilibrio tra tutte queste cose non è e non sarà facile, nonostante tutti i tentativi e le norme messe in atto per evitare conseguenze estreme.
Forse sarà necessario, da entrambe le parti una profonda riflessione ed una maggiore consapevolezza nel “capire e conoscere” con chi si sta insieme e cosa questo fatto comporta per il bene di donne e uomini e per il sommo benessere dei figli anche loro vittime impotenti di queste unioni di “cristallo”.
E qui chiudiamo…senza giudizi condanne o assoluzioni come spesso si sente sui media o si legge sulla carta stampata.
Saranno il tempo e la storia a scrivere, magari, una pagina migliore.
PIER MARCO GALLO








