“Non si può vivere con lui, ma non si può vivere senza di lui” dirà Croce di Hegel. Una presenza di Hegel in Croce non può considerarsi permanenza. Ha molte ambiguità di fondo sin dall’inizio. Ma restano delle costanti che mutano la visione dell’hegelismo in storicismo con dei distingui precisi. Benedetto Croce incontra Hegel come si incontra un padre: per riconoscerlo e per ucciderlo. “Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel” esce nel 1907. È già tutto nel titolo. Un necrologio e un battesimo. Croce non entra nell’hegelismo come si entra in una chiesa. Entra come si entra in un laboratorio: per separare, per distillare, per salvare l’essenziale e gettare la scoria. Fu hegeliano Croce? Sì. Ma come Dante fu tomista: prendendo la struttura e rifondando l’anima. Hegel è il sistema, la totalità, lo Spirito che si fa storia. Croce è la distinzione, il ritmo, lo Spirito che si fa poesia, azione, pensiero, economia. In mezzo, una frattura che è fedeltà. Perché tradire Hegel, per Croce, significa salvarlo. Salvarlo da sé stesso. Dalla tentazione di chiudere il cerchio, di trasformare la dialettica in teologia, la storia in gabbia.
Sempre Croce: “La dialettica degli opposti è il vero nervo del sistema di Hegel, l’anima della sua concezione della realtà come perenne divenire e superamento”. La visione è problematica perché Croce non è scolaro. È erede. E l’erede vero non ripete: interpreta. Non conserva: incendia il campo per farlo rifiorire. «Non si tratta di confutare Hegel», scrive nel 1907, «ma di continuarlo, liberandolo dalle scorie». Ecco il punto: continuare significa correggere. E correggere Hegel significa smontare l’orologio per capire perché segna il tempo. Che cosa salva Croce di Hegel? Salva il cuore: la dialettica. Ma la salva dal cadavere. In Hegel la dialettica è triade: tesi, antitesi, sintesi. È logica, è necessità, è lo Spirito che si realizza attraverso la contraddizione. In Croce diventa circolo. Non c’è sintesi che chiude. C’è distinzione che apre. La “Filosofia dello spirito” del 1902-1917 è la risposta. Quattro gradi: Estetica, Logica, Economia, Etica. Quattro forme autonome, distinte ma congiunte. L’arte non è momento superato dalla filosofia. È forma eterna. L’utile non è servo dell’etica. È categoria. Hegel subordinava. Croce distingue. È la prima eresia. E la più feconda.
«La realtà è storia, e la storia è razionalità», dice Hegel. Croce risponde: sì, ma la razionalità non è sistema, è storicità. Non c’è Idea che si incarna una volta per tutte. C’è il fare, il creare, il patire degli uomini. La “Storia come pensiero e come azione” del 1938 è il manifesto: «Ogni vera storia è storia contemporanea». Perché lo Spirito non è fuori di noi, a Berlino nel 1830. È qui, ora, nel mio giudizio, nel mio atto. Croce prende da Hegel l’immanentismo. Non c’è trascendenza, non c’è Dio fuori dalla storia. Dio è la storia stessa. Ma toglie a Hegel la teodicea. La storia non giustifica tutto. Non santifica il vincitore. È dramma, è rischio, è libertà. Hegel dice: il reale è razionale. Croce corregge: il reale è razionale nella misura in cui lo rendiamo tale. Con il pensiero, con l’azione, con la poesia. E che cosa uccide Croce di Hegel? Uccide il sistema. Uccide la “Filosofia della natura”. Uccide l’enciclopedia. Scrive: «La filosofia della natura è il morto per eccellenza». Perché? Perché Hegel aveva preteso di dedurre la natura dallo Spirito, di incasellare la cometa e il minerale nella triade logica. Era hybris. Era teologia travestita da scienza.
Croce libera Hegel da Hegel. Dice: la natura non è Spirito. È altro. È materia, è opacità, è ciò che resiste al concetto. La filosofia non deve spiegare la natura. Deve lasciarla alla scienza. È laicità radicale. È il congedo dalla filosofia che vuole essere tutto. La filosofia, per Croce, è metodologia della storia. Punto. Non è cosmologia, non è fisica, non è metafisica. È coscienza del fare umano. Uccide anche la chiusura del sistema. In Hegel la storia ha un fine: lo Stato prussiano, la libertà che si sa. In Croce la storia non ha fine. Ha fini. Plurali, aperti, revocabili. «La storia è sempre storia di libertà», ma la libertà non è data. È conquistata, perduta, riconquistata. Non c’è Astuzia della Ragione che lavora alle nostre spalle. Ci siamo noi, con la nostra responsabilità. È l’antidoto a ogni totalitarismo. È il vaccino contro il marxismo, contro il fascismo, contro ogni filosofia che sacrifica l’individuo sull’altare della Necessità.
Per questo Croce, nel 1925, firma il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”. Perché ha capito che lo hegelismo di Stato, l’hegelismo prussiano, può diventare camicia nera. Lui, che da Hegel ha imparato l’immanenza, non può accettare che l’Immanenza si faccia Dittatura. Lo Spirito non è il Partito. Non è il Duce. È la libertà del pensiero che giudica. Ecco dunque il nodo: Croce è hegeliano nella misura in cui è antiteologico, immanentista, storicista. È anti-hegeliano nella misura in cui è liberale, pluralista, antidogmatico. In lui Hegel si fa Mediterraneo. Perde la nebbia di Jena, acquista il sole di Napoli. Perde il sistema, acquista il frammento. Perde l’Assoluto, acquista il dialogo. La sua estetica è il colpo di grazia. Per Hegel l’arte è «cosa del passato». È superata dalla religione, dalla filosofia. Per Croce l’arte è «intuizione lirica», è conoscenza autonoma, è la prima forma dello Spirito. Non muore. Rinasce ogni volta che un uomo vede il mondo per la prima volta. Qui Croce uccide Hegel e salva il Romanticismo. Salva Vico, salva De Sanctis, salva la poesia.
Ma c’è di più. Croce prende da Hegel il divenire. Lo storicizza. Lo laicizza. Lo porta in strada. «Non possiamo non dirci cristiani», scriverà nel 1942. Che significa? Che il cristianesimo è entrato nella storia, è diventato coscienza morale, è diventato libertà. È hegelismo? Sì. Ma è hegelismo senza Dio-Persona. È hegelismo che si fa umanesimo. Che cosa resta, dunque, di Hegel in Croce? Resta l’osso. Resta lo scheletro. Resta l’idea che la realtà è processo, che l’uomo è storia, che la filosofia è pensiero in atto. Resta l’avversione per il dualismo, per la cosa in sé, per la trascendenza separata. Resta la fede nella ragione, ma è una ragione che non sistema: interroga. Se ne va la carne. Se ne va la triade, se ne va la filosofia della natura, se ne va lo Stato etico, se ne va l’Assoluto che si contempla. Al loro posto: il circolo dei distinti, la poesia, la politica come passione, la storia come tribunale sempre aperto.
Croce è un Hegel possibile dopo la morte di Dio. È un Hegel che ha letto Vico e Machiavelli. È un Hegel che non costruisce cattedrali, ma accende lumi. Che non chiude il sistema, ma apre il problema. Croce Scrive nel 1945, dopo la guerra: «La storia è la storia della libertà; ma la libertà non è un dato, è una conquista». È l’ultima parola. È Hegel corretto da Croce. È Croce che salva Hegel da sé stesso e lo consegna al Novecento. Si legge Croce e di trova Hegel come si trova un’isola in una carta nautica: non per approdare, ma per orientarsi. Troviamo la dialettica che non imprigiona, la storia che non assolve, la libertà che non riposa. Si comprende che essere hegeliani, per Croce, significava una cosa sola: essere infedeli per essere veri. Tradire la lettera per salvare lo spirito. Uccidere il padre per diventare padre.
In questo, Croce è il più hegeliano degli anti-hegeliani. È il figlio che, rinnegando, realizza. È il discepolo che, correggendo, fonda. È l’uomo che, davanti a Hegel, non si inginocchia. Dialoga. E nel dialogo, lo continua. Perché il pensiero, come la vita, non è monumento. È fuoco. E il fuoco, per vivere, deve consumare anche il legno da cui è nato. Insomma consegna al Novecento un Hegel riletto sotto l’ottica di un idealismo che superara qualsiasi altra filosofia razionale per farlo diventare storicista. Perché per Croce la storia è tutto. Da questo punto di vista non accetta però alcuna forma di confronto come riferimento con altri filosofi. Soprattutto quando si tratta di filosofi come Kierkegaard e Nietzsche o di filosofi heiddeggeriani che hanno come riferimento il tempo e l’essere. Croce proprio qui resta hegeliano. Ma lo supera nel momento in cui scrive il “Contributo alla critica di me stesso” del 1918. Sembra avere un sistema ma diventa anche antistaminico in alcuni scritti come le lettere che non sembrano dei veri scritti personali ma molto di più. È qui che affiorano le antiche contraddizioni emerse anche quando ha posto all’attenzione il distacco tra poesia e mon poesia. Ma Hegel comunque in Croce resta sintesi. Resta la supremazia dunque della storia in Croce: “Ogni affermazione filosofica è un’affermazione storica”. Che fine ha fatto la Fenomenologia delllo spirito? Poi ci sarà Giovanni Gentile con la sua estetica dell’arte che si oppone sia a Hegel che a Croce.
Pierfranco Bruni








