Sabato 1° agosto alle ore 18:00 presso lo Spazio Arte Bubbio inaugura la mostra di fotografia contemporanea CAMERA a cura di Willy Montini con ambientazione sonora dal vivo di Diego Pangolino.
Espongono Mark Cooper, Edoardo Hahn, Mirko Credito, Michele L. Mulas. L’esposizione è accompagnata da un testo del curatore dal titolo Il mondo, in fotografia. “La fotografia non è un’arte come, mettiamo, la pittura e la poesia. Anche se le attività di certi fotografi corrispondono all’idea tradizionale di arte, come attività di individui eccezionalmente dotati che producono singoli oggetti in sé stessi validi, la fotografia si è messa sin dall’inizio a disposizione di quell’idea dell’arte che ritiene sorpassata l’arte. La forza della fotografia – e la sua posizione centrale nel dibattito estetico di oggi – è nel convalidare entrambe queste idee. (..) È inevitabile che l’arte sia sempre più destinata a sfociare in fotografie. Un modernista dovrebbe riscrivere la formula di Pater, secondo la quale tutta l’arte aspira alla condizione della musica. Oggi tutta l’arte aspira alla condizione della fotografia.” Così scriveva Susan Sontag nel 1973 nel suo “Sulla fotografia”.
E poi, fra camere oscure e pellicole, foto istantanee e emulsioni fotosensibili, tecniche analogiche e tempi di posa, è arrivata la rivoluzione digitale, accompagnata da sensori elettronici, scanner, stampanti laser e infine intelligenza artificiale. La fotografia contemporanea attraversa oggi una soglia decisiva: quella che separa, e al tempo stesso connette, l’immagine come traccia e l’immagine come costruzione. Nell’epoca digitale, il medium fotografico, anche quello che usa ancora tecniche del passato, ha progressivamente abbandonato l’idea di una relazione univoca con il reale, trasformandosi in un campo di possibilità nel quale documento, memoria, simulazione e immaginazione coesistono e si contaminano. La rivoluzione digitale non ha semplicemente sostituito la pellicola con un nuovo dispositivo tecnico. Ha modificato la natura stessa dell’immagine, il suo statuto ontologico, i processi della sua produzione e le modalità della sua circolazione. La fotografia si è fatta flusso, archivio, superficie manipolabile, codice. In questo nuovo regime dell’immagine, fotografare significa anche selezionare, assemblare, alterare, generare. La superficie fotografica diviene così un luogo di negoziazione tra visibile e invisibile, tra esperienza e rappresentazione, tra ciò che è accaduto e ciò che sarebbe potuto accadere. L’immagine non si limita a registrare il mondo: lo interpreta, lo ricompone, talvolta lo anticipa o lo inventa. Le tecnologie digitali e gli strumenti dell’intelligenza artificiale radicalizzano ulteriormente questa trasformazione, ponendo interrogativi che investono il cuore stesso della pratica fotografica.
Se ogni immagine può essere modificata, ricostruita o generata, quale rapporto permane tra fotografia e realtà? È quale forma di autenticità può ancora essere attribuita a un’immagine in un ecosistema visivo dominato dalla riproducibilità, dalla velocità e dalla proliferazione? La fotografia d’arte contemporanea si colloca precisamente all’interno di questa tensione. Non cerca necessariamente di difendere un’identità originaria del medium, ma ne interroga i confini, ne espande le possibilità e ne mette in crisi le certezze. La stampa, lo schermo, l’installazione, l’archivio digitale e l’immagine generata diventano forme differenti di una medesima ricerca: comprendere che cosa significhi oggi produrre e guardare un’immagine.
La fotografia, oggi, non è più soltanto un’immagine del mondo. È uno dei luoghi nei quali il mondo viene immaginato, costruito e messo in discussione.
Susan Sontag, ancora lei, scriveva, nella prefazione alla raccolta di suoi saggi del 1973 già citata: “cominciò tutto con un saggio, su certi problemi, estetici e morali, posti dall’onnipresenza delle immagini fotografate: ma quanto più pensavo a che cosa sono le fotografie, tanto più diventavano complesse e suggestive.”
Rileggo questa frase, che suona profetica oggi, e mi guardo attorno. E vedo il mondo, in fotografia.“
Mark Cooper, photographer & visual artist, nasce a Carlisle nel 1965 e cresce a Keswick nel Lake District in Inghilterra. Dopo aver vissuto a Londra per diversi anni e viaggiato a lungo soprattutto nel Medio Oriente e in Africa settentrionale realizzando reportage fotografici, si stabilisce in Piemonte nel 1993. Artista di riconosciuta fama internazionale, sia per le sue fotografie paesaggistiche che per i suoi quadri fotografici, frutto del suo percorso artistico nell’arco di una vita trascorsa dietro la macchina fotografica. Le opere presenti in questa mostra sono parte dell’ultima generazione di quadri realizzati dall’artista. Il medium è sempre fotografico, ma, in questa occasione, entrando in sintonia con il digitale come punto di partenza per creare immagini con un alto impatto visivo come interpretazione del caos e della confusione del mondo attuale in cui ci troviamo. A volte bisogna andare oltre e ricercare al di là del puro dato oggettivo, creando strutture fantastiche per rispondere a una necessità interiore: donare agli occhi nuovi stimoli per procedere nell’indagine del mondo. Si parte da un frammento di realtà usurato dal tempo e abbandonato dall’uomo che assume una nuova identità nel caos ordinato della composizione, dove le immagini subiscono una rinascita creativa nella sovrapposizione inedita dei suoi elementi; qui la tridimensionalità fotografica del dettaglio stupisce e al contempo rassicura, perché tra colori e forme regna un caos “pittorico”. Il processo generativo di quel mondo fatto di “pezzi di realtà” stratificata aderisce perfettamente all’intesa che Cooper ha stretto con il mondo circostante: la realtà, bella o brutta che sia, fornisce materiale per riflettere e poi creare e giungere a cambiamenti importanti che non sono solo visivi.
Edoardo Hahn (Torino, 1962) vive e lavora vive tra Milano e il Monferrato, a Sessame. Autodidatta, ha collaborato prima con diverse agenzie fotografiche, come freelance ha ricevuto numerose commissioni nell’ambito della fotografia industriale e architettonica.
La sua ricerca artistica è attenta soprattutto a forme poetiche di rappresentazione della realtà e al rapporto tra la rappresentazione fotografica e l’esperienza soggettiva dello spazio. Ha pubblicato Landscape Materials (L’Artiere ed., 2015), un libro-laboratorio che coinvolge il lettore in un’esperienza sensoriale non comune. Da un ampio archivio di immagini analogiche scattate in California il volume si sviluppa attraverso un layout peculiare e asimmetrico. Nel 2017 pubblica 52 Pictures, una serie di appunti visivi, frammenti di
geografie e dettagli che formano una personale visione della realtà. Nel 2021 inizia a lavorare alla collana dei Quaderni Sessamesi, giunta al V volume, dove indaga il rapporto dell’autore con il paesaggio ordinario che lo circonda. Tra le sue ultime mostre: Suite pour l’Invisible (Fondazione Cesare Pavese, 2022), un progetto site- specific ideato per l’interno di una chiesa sconsacrata: immagini di forme minime che, come archetipi, sembrano provenire dal nulla, dal nero o dall’indistinto; Timeland (La Morra, 2023), un atlante di immagini che sono situazioni di disorientamento e allo stesso tempo di riorientamento, linee, tracce, fughe e passaggi minimi da uno spazio all’altro dove il protagonista è il tempo, il tempo che passa e il tempo fotografico.
Variazioni (Acqui Terme, 2024), una mostra dove la fotografia è intesa come un oggetto fisico indipendente e non come una riproduzione virtuale di qualcos’altro. In mostra immagini che raffigurano elementi di paesaggio e oggetti i più diversi: l’esterno di una piscina, la superficie di un tappeto, l’angolo di una casa, la carrozzeria di una automobile, una spiaggia presa dall’alto. Le immagini sono accostate per somiglianze o contrasti formali, di colore, atmosfere, di segni e di linee. Il visitatore si ritrova in un luogo dove il senso della fotografia come documento, come traccia, viene messo in continua discussione ed è portato ad interrogarsi su che cosa sia realmente una immagine, senza essere distratto da ciò che l’immagine rappresenta, dal soggetto della fotografia. La fotografia non essendo più l’immagine di un’esperienza, diventa essa stessa l’esperienza.
Mirko Credito è nato a Genova. Artista multidisciplinare, durante gli studi al liceo artistico fonda Studiomobile, gruppo artistico tuttora attivo, dove inizia le sue sperimentazioni artistiche con video e fotografia. Ha frequentato la Scuola di Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano e nel 1994 ha iniziato la sua attività di graphic designer, affiancandola a quella artistica. Dal 2011 al 2015 è stato docente di Digital Design presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Continuamente impegnato nel campo della videoarte e della fotografia, ha sviluppato una ricerca sull’uso del materiale alimentare come mezzo espressivo. La serie Fritture è realizzata attraverso una tecnica
particolare: gli oggetti vengono immersi e fritti in olio bollente, quindi scansionati ad alta definizione per produrre stampe in grande formato. Tra i soggetti ricorrenti figurano una pistola, una tastiera, una bambola manga e i loghi di grandi aziende. Gli oggetti si stagliano su sfondi neri, come antiche icone: ritagliati, quasi astratti, sembrano celarsi dietro l’oro della frittura, che li avvolge in un’ambiguità tra golosità e nausea visiva. Negli ultimi anni la sua ricerca si è orientata verso materiali e tecniche appartenenti alla storia della grafica e della fotografia: pellicole, fotocopie, lettere trasferibili, carta stampata e riciclata, riscoprendo la camera oscura e realizzando video in stop motion e opere con tecniche stratificate. In questo percorso nasce la serie Fast–Forward >> Portrait, nella quale utilizza dispositivi analogici per trasformare il ritratto in un’immagine irripetibile, affidando al mezzo stesso una parte del processo creativo. Il rapporto tra controllo e casualità, tra documento e interpretazione, costituisce uno dei temi centrali della sua ricerca artistica.
Michele Luigi Mulas, 21 Ottobre 1963, fotografo professionista iscritto all’Albo dei Giornalisti pubblicisti. Dopo la laurea in Lettere Moderne (110 e lode) con tesi in Etnologia ha lavorato come archeologo per cinque anni. Abbandona una assunzione a tempo indeterminato per dedicarsi alla professione di documentarista come autore con Il cedro dei rabbini (Geo&Geo RAI), Il cavallo di fuoco (Menzione d’onore della Giuria Festival del Documentario Italiano “Libero Birrazzi”) La Festa del Fuoco (Regione Marche). Entra come assistente, poi fotografo di food-interni in uno degli Studi fotografici piu importanti in Italia. Dopo tre anni apre il suo Studio a Milano. Da più di venticinque anni si occupa di food, home, arredamento e reportage.
Quest’ultimo sempre con soggetti riguardanti la produzione alimentare, la cultura gastronomica e la storia di chi alleva, coltiva, affina, cucina, o di artigiani portatori di un saper fare manuale che sconfina nell’arte.
Ha pubblicato, in Italia, su Airone, Amica, Arte,,A Tavola, Brava Casa, Casa Facile, Casamia, Casamia Cucina, Casaviva, Creare, Cucina del Corriere della Sera, Corriere della Sera, Cucchiaio d’Argento, D di Repubblica, Elle, FuoriCasa, Gardenia, Home, Marie Claire, Maison Marie Claire, Travel Notebook,Italia Sale&Pepe, Sale&Pepe Kids, Sale&Pepe Collection, Spazio Cucina, Vie del Gusto, Dove. Con Trenta Editore ha pubblicato “Gli chef del Vino” vol. 1 e vol. 2 e “Forme d’Acqua” per Norda. Non cerca clienti esterni all’editoria a eccezione di Ferrero Spa e Aspesi. Attualmente, da Genova, pubblica quasi soltanto all’estero tramite Agenzia in Germania.
Ha pubblicato in Cina, Giappone, Corea, Stati Uniti, Polonia, Croazia, Sud Africa e altri. Ha sempre affiancato al lavoro editoriale la ricerca artistica realizzando o partecipando a mostre in Italia (Milano, Corsico, Genova) e all’estero (Tokyo, Istituto Italiano di Cultura). Da anni si dedica alla ricerca fotografica stampando immagini in Cianotipia. La formazione universitaria lo porta a scegliere argomenti legati alla cultura materiale e alla percezione che il Sapiens ha del proprio ambiente. La mostra “Naturali Inganni” (2021) al Museo del Paesaggio-Casa Ceretti di Verbania, sulla erronea percezione del concetto di “naturale”, ne è un esempio. Nel 2024 progetta e cura la prima edizione della “Rassegna della fotografia italiana in Cianotipia” a Genova.
Dal 1° al 30 agosto 2026, aperto venerdì, sabato e domenica dalle 15:00 alle 19:00 o su appuntamento telefonando al 3356086701. Info e dettagli: www.spazioartebubbio.com








