sabato 20 Aprile 2024 - Anno 33

MARINA. NEMMENO IO SAPEVO DI ESSERE UN POETA

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Lunedì 3 aprile, alle ore 21, al Teatro Ariston di Acqui Terme, in Piazza Matteotti 19, andrà in scena lo spettacolo “Marina. Nemmeno io sapevo di essere un poeta”, un omaggio, in prosa, prosa poetica e danza, alla poetessa di fama internazionale Marina Cvetaeva, prodotto da Tatiana Stepanenko e Monica Massone per Quizzy Teatro, interpretato dalle stesse insieme a Giorgia Zunino e realizzato con il patrocinio e il contributo del Comune di Acqui Terme, in collaborazione con Dianorama.
L’opera è il coinvolgente racconto di un’anima, un viaggio emozionale attraverso le poesie e le lettere di Marina Cvetaeva, una tra le più apprezzate ma anche tra le più discusse poetesse del Novecento.
È la sensibilità di tre donne, un’attrice (Monica Massone) e due danzatrici (Tatiana Stepanenko e Giorgia Zunino), a muovere la creazione dello spettacolo, più precisamente a raccontare, con intimità e sincerità, l’esperienza dell’essere donna. La pièce è, perciò, il punto di incontro tra le tre interpreti e l’autrice stessa, attraverso passioni, amori, tradimenti, inganni, delusioni, relazioni, convenzioni, doveri che, seppur in varia forma e proporzione, la maggior parte delle donne, almeno una volta nella vita, ha vissuto, forse sopportato e talvolta taciuto. “Marina” è la storia di un matrimonio, dell’essere madre, del desiderio di libertà e di amore, la ricerca di una congiunzione tra eros e sentimenti, l’inevitabilità dell’abbandono e il dolore del rifiuto, la capacità di continuare a darsi vita nonostante ogni avversità. “Marina” vuole contribuire a rendere non solo omaggio, ma anche giustizia alla magnificenza di un’artista forzatamente fatta recedere, in vita, da poetessa a lavapiatti presso una mensa destinata ai medesimi scrittori che lei stessa conosceva e frequentava, in un’ineluttabile processo di rimozione che solo recentemente è stato compensato da gloria e riconoscimento popolare.
La vita della poetessa è narrata attraverso il solo susseguirsi di poesie e lettere, che esprimono mentalità e costumi dell’epoca a cui Marina Cvetaeva appartenne ossia la fine del XIX e la prima metà del XX secolo. Così come il primo atto è dominato dalla poesia, dall’entusiasmo e dall’incondizionata fiducia verso il futuro, tipiche della giovinezza, così il secondo atto esplora il disincanto, la sopraffazione, la disfatta subita da una vita costellata da battaglie, rese e riconquiste, caratteristiche di un’età matura e di un periodo storico ricco di complessità, contraddizioni e drammaticità come il primo Novecento.
A equilibrare la ricchezza e l’intensità del testo è il minimalismo della scena, in cui ogni oggetto assume un significato estetico e narrativo: un tavolo, una sedia, una sigaretta e un taccuino compongono il mondo, interiore ed esteriore, di Marina Cvetaeva; la musica, capolavori quali il Waltzer numero 2 di Schostakovic, il Tango di Schnittke, la Sarabanda di Handel, il Piano Concerto numero 2 di Rachmaninov e la sonata B 108 di Chopin, esaltano l’agire scenico dell’attrice e delle due danzatrici, nonché il pathos che inevitabilmente permea la scrittura della Cvetaeva.

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